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martedì 15 ottobre 2013

Le Buffalo Girls che combattono sul ring

Ci sono delle bambine che, nonostante abbiano solo dagli 8 ai 10 anni, combattono e lo fanno su ring, davanti a molti spettatori che sono lì per scommettere e vincere dei soldi.
Sono delle bambine thailandesi che spesso diventano delle vere e proprie campionesse di boxe, o meglio di muay thai.
Un documentario intitolato "Buffalo Girls" racconta la storia di due bambine: 
  • Pet, vive con la famiglia e da piccolina ha avuto problemi di cuore. E'stata operata e ora sta meglio, ma i genitori decidono di farla allenare per vederla diventare una campionessa;
  • Stam ha 8 anni e ha combattuto già 23 volte, spesso uscendone sconfitta.
Anche se diverse, queste due bambine sono incoraggiate e spinte proprio dai loro genitori a intraprendere questa strada così difficile e sporca, tra adulti che tifano con fanatismo e scommettono soldi a palate.
E' l'ennesima lottà per la povertà, la lotta tra il vivere e il sopravvivere; queste bambine combattono per vincere perchè vincere vuol dire avere la possibilità di comprare una casa alla famiglia e pagare le bollette, vuol dire uscire dalla povertà.
Ma dietro alla boxe, uno sport, c'è un enorme business in cui girano tantissimi soldi e guadagnano tutti, dagli scommettitori agli allenatori fino agli atleti stessi.
E in Thailandia la boxe femminile è diventata una vera e propria moda.
Ma questo riscatto economico non può sicuramente giustificare lo sfruttamento dei loro piccoli corpi: ogni incontro produce lividi, sofferenze, lacrime e spesso anche qualche osso rotto ed è ancora più inaccettabile assistere a tutto questo, a bambine che fanno a pugni in un'età in cui si dovrebbe solo giocare e studiare.

domenica 29 settembre 2013

Il triste destino delle vedove tibetane: la storia di Zanta

Zanta, la vedova tibetana
C'è un detto tibetano che dice: "Le donne non valgono un centesimo" e in esso c'è tutta una tradizione e una società patriarcale in cui la donna non ha valore ed  è sottomessa all'uomo che può picchiarla e farle del male.
Nel documentario "Zanta" della regista americana Jocelyn Ford si narra la storia di una di queste donne.
Lei si chiama Zanta, è vedova ed ha un figlio di 7 anni, Yang Qing.
Vive in un piccolo villaggio di Barwo che sorge sull'altopiano tibetano al confine con la Cina e qui i contadini buddhisti coltivano la terra in cerca di un buon karma per reincarnarsi in una vita migliore.
Per un tempo immemorabile sono stati governati da un re tibetano, poi negli anni '50 è arrivato l'esercito cinese.
Oggi molti degli abitanti del villaggio sono emigrati a Pechino per fare i venditori ambulanti e Zanta è una di loro.
La donna è colpevole di aver infranto le regole che fino ad allora prevedevano che una donna dovesse nascere, sposarsi e morire sempre nello stesso villaggio. Infatti, Zanta fugge all'età di 18 anni con un ragazzo di 16 che viveva dall'altra parte della montagna.
Un giorno, però, senza volerlo, il ragazzo fa cadere per terra la madre e questa lo maledice: da quel giorno il giovane si è ammalato ed è morto, scrivendo un triste destino per Zanta.
Le donne vedove tibetane diventano di proprietà della famiglia del marito: è successo anche a Zanta che, però, un giorno decide di lasciare il suo villaggio per raggiungere Pechino.
Lì trova tutto un altro mondo, una città piena di grattacieli e treni velocissimi, e con i risparmi di tutta una vita (solo 125 dollari) cerca di creare un futuro per suo figlio.
E proprio in quella città conosce la regista, Jocelyn, che diventa protagonista nel documentario: Jocelyn vive da 25 anni in Asia e fa la giornalista, ma si appassiona alla storia di Zanta e cerca di aiutarla in qualche modo, pagando gli studi al bambino in un istituto cinese.
Dopo un po' di tempo, Zanta, il suo bambino e Jocelyn ritornano nel villaggio tibetano per il Capodanno cinese: ad aspettarli c'è il suocero di Zanta che vuole e chiede con le minacce la proprietà del bambino, unico discendente della famiglia.
Alla fine i due arrivano ad un patto: Yang Qing continuerà ad andare a scuola a Pechino e ritorneranno in Tiber solo per le feste.
Una storia che mostra ancora una volta la condizione delle donne, vittime di uomini feroci che le picchiano senza pietà e che con la loro prepotenza e le loro minacce pensano di avere il potere assoluto su di esse, tradizioni e credenze che continuano ad essere vive soprattutto nei villaggi più remoti del mondo dove non c'è istruzione ed emancipazione.

Consiglio: leggi anche il triste destino delle vedove ghanesi.

domenica 15 settembre 2013

Ciò che mi nutre mi distrugge: storie di disturbi alimentari

Uno dei mali delle nuove generazioni è quello dell'anoressia e della bulimia che spesso vengono presentate con il nome di disturbi alimentari.
Il cibo è diventato un'ossessione di massa, una moda culturale: basti pensare a quanti siano i programmi tv in cui si preparano all'istante tante ricette diverse.
Ma se c'è chi, come gli obesi, non riescono a fare a meno del cibo, esagerando nelle quantità, c'è anche chi, come gli anoressici e i bulimici, che lo temono e lo odiano e combattono una guerra contro di esso ogni giorno.
Uno dei problemi è che chi soffre di questi disturbi finisce per attribuire al cibo altri significati e non quello suo giusto, quello di nutrimento per il nostro organismo.
E così il documentario "Ciò che mi nutre mi distrugge" per la prima volta riprende quattro storie di quattro donne diverse, ma tutte affette da anoressia o bulimia.
Le telecamere entrano nelle stanze degli psicoterapeuti dell'ASL di Roma per ascoltare le confessioni di queste donne e capire come attraverso il semplice parlare si può riacquistare la consapevolezza della propria malattia, cercando di ritrovare le ragioni di questo disturbo.
Certo, non basta soltanto la parola, ma è importante per molte di loro sforzarsi e riconquistare il contatto con il proprio corpo, amarlo e toccarlo. Tutto ciò è possibile attraverso l'arte del Tai Chi, nata come tecnica di combattimento, ma oggi conosciuta in Occidente come ginnastica e tecnica di medicina preventiva.
Giulia
C'è Giulia, giovanissima che odia pesantemente il suo corpo al punto che non solo si abbuffa per poi vomitare, ma si procura anche dei tagli per fuggire da se stessa, da quel corpo che le sembra così pesante e insopportabile. Giulia non riesce a immaginare una vita senza la sua malattia e infatti al medico che le è di fronte dice che l'unica soluzione è morire. Ma, invece, grazie a questa equipe di psicoterapeuti riuscirà, attraverso il Tai Chi, a ritrovare il sorriso e l'amore per se stessa.
Silvia
C'è Silvia: giovanissima anche lei, ha paura di non essere all'altezza di essere una donna, non si guarda allo specchio perchè la sua immagine e il suo corpo non le piace. Quando le consigliano di toccarsi ed entrare in contatto col proprio corpo, ne esce infastidita. Eppure, alla fine della terapia, sarà lei a trovare la forza di riprendersi la sua vita, di amare il cibo e di smettere di vivere il dopo pasto come un incubo.
Marie Louise
C'è Marie Louise: è bella, socialmente competente e tanto presa dal lavoro, ma in lei la bulimia è così forte da non riuscire a risparmiarla. Anche quando il medico le chiede di mangiare un semplice panino con la bresaola, Marie Louise non ce la fa e non mangia. E aggiunge che ha così tanto da fare da non riuscire a trovare il tempo per mangiare.
Sonia
C'è Sonia: la più adulta, quasi 50enne con un bimbo. Sonia è stata vittima dell'anoressia già nell'adolescenza, ma a quanto pare non sembra esserne uscita. La sua malattia ha avuto inizio come segno di ribellione verso una situazione familiare non così piacevole, un padre poco presente e una madre vittima. Ma Sonia ora è matura e ha capito che non c'è soluzione alla sua malattia, è qualcosa che si porterà sempre dentro e con il quale dovrà convivere, combattendo giorno dopo giorno.

venerdì 23 agosto 2013

White black boy: la storia di un albino africano

Shida
L'albinismo colpisce nel mondo tantissime persone e consiste nella mancanza di melanina in alcune porzioni della pelle.
Ma essere un albino in Africa è ancora più difficile.
Il documentario intitolato "White black boy" di Camilla Magid è un piccolo capolavoro sull'educazione sentimentale di un bambino albino in Tanzania, paese in cui 3 su 1000 sono albini.
White black boy racconta la storia di Shida, un bimbo di 11 anni, sottratto alla famiglia e portato in un collegio dove imparerà l'inglese e verrà istruito per bene.
La storia di Shida inizia un giorno in cui, mentre pascolava le pecore, è stato aggredito da dei banditi che volevano ucciderlo.
I bambini albini della Tanzania hanno, infatti, due tipi di nemici: il Sole perchè la loro pelle non lo sopporta e i banditi che rapiscono e uccidono i bambini perchè secondo antiche credenze radicate nel territorio le parti del corpo degli albini sono magiche.
Secondo alcune testimonianze, pare che il corpo di un bimbo albino valga 25 mila dollari e ogni sua parte viene utilizzata per pozioni, stregonerie e magia nera.
C'è chi addirittura vende pozioni magiche per farti diventare ricco.


Una storia che ha dell'incredibile e che ha come protagonista un bambino, lasciato dai genitori e per fortuna protetto e istruito da una struttura e da degli insegnanti che lo preparano ad affrontare la malvagità del mondo esterno.
In questo collegio Shida inizialmente ha delle difficoltà: pochi amici e poco impegno nello studio tant'è che in terza classe è bocciato.
Riesce pian piano a stringere una forte amicizia con un coetaneo nero e soffre quando quest'ultimo parte per le vacanze estive con la sua famiglia, mentre lui resta insieme agli altri albini in collegio.
Shida e il suo amico
Al ritorno delle vacanze il suo amico però è in grado di restituirgli il sorriso perso, portandogli in regalo una barretta di cioccolata.
E pian piano anche Shida riuscirà a migliorare i propri voti a scuola, grazie allo studio, all'amicizia che colma la mancanza di una famiglia, alla severità dei professori e alla voglia di sopravvivere.
Una storia commovente che ci porta in Africa dove già la vita è difficile e diventa ancora più complessa e pericolosa se nasci albino.
E' commovente vedere dei bambini che si divertono semplicemente giocando con una pallina o rincorrendosi o sognano in una vecchia auto arrugginita di partire per raggiungere chissà quale posto lontano.

venerdì 26 luglio 2013

Malala, simbolo della lotta per il diritto all'istruzione

Qualche settimana fa una ragazzina di 16 anni ha parlato all'Onu di fronte a tantissimi leader mondiali.
Lei è Malala Yousafzai ed  è una ragazzina pakistana vittima della violenza dei talebani e la più giovane candidata al Premio Nobel per la Pace.


Lo scorso 9 Ottobre Malala era sull'autobus che l'avrebbe riportata a casa dopo una giornata di scuola.
Era insieme ad altre sue due amiche quando un commando armato talebano le ha sparato, ferendola gravemente alla testa e al collo.
Il motivo per cui i terroristi le hanno fatto del male è perchè vedono in lei un simbolo di oscenità, ma in realtà Malala oggi rappresenta un simbolo di lotta per tutte quelle donne pakistane e non solo che vogliono combattere per il loro diritto allo studio e all'istruzione e per sconfiggere l'oscurantismo criminale degli integralisti.
Oggi Malala vive a Londra e si è sottoposta a diversi interventi chirurgici: il suo sogno è quello di diventare una dottoressa, ma nel frattempo non si stanca di far sentire la sua voce per dar voce a tutte quelle ragazze che sono vittima dei poteri politici e religiosi che commettono crimini in nome del maschilismo più assoluto.


In un documentario di Lucia Goracci, intitolato "Le bambine non vanno a scuola" , si racconta la storia di Malala e delle sue compagne, miracolosamente sopravvissute all'attentato del 9 Ottobre, e si parla anche di chi non ce l'ha fatta: non solo studentesse, ma anche insegnanti e presidi.


Oggi tutte quelle donne vivono nella paura, ma nonostante questo continuano ad andare a scuola per raggiungere quell'emancipazione che si meritano e per combattere l'ignoranza e la sottomissione.
Perchè l'istruzione è vita e come ha detto la stessa Malala
"Se lasciassimo che la paura prenda il sopravvento, che aiuto potremmo dare alle future generazioni?".

venerdì 5 luglio 2013

Kome un palloncino: il cancro e la cronicizzazione

Il cancro è considerato il "male del secolo" o il "brutto male" e negli ultimi anni colpisce un numero sempre più grande di persone.
Nel documentario "Kome un palloncino" di Massimiliano Cocozza, vincitore del premio Ilaria Alpi 2012, si racconta di una donna, affetta da un cancro, e di come nel corso dei mesi perda sempre più la coscienza del suo corpo e della sua mente, man mano che la malattia si evolve.
Si tratta di un vero e proprio diario visivo del figlio che giorno dopo giorno riprende la madre: la storia parte con una diagnosi errata, una lombo sciatalgia, per poi arrivare alla vera e propria diagnosi: neoplasia polmonare.
Una notizia che la sconvolge e che non le dà vie di fuga: solo pochi mesi di vita e un lungo percorso di chemioterapia che, come una bomba radioattiva, le scoppia dentro e le toglie ogni lucidità.
Renata Lubisco
Renata Lubisco, una donna attiva, forte e vitale che d'improvviso si ritrova nuda di fronte ad una malattia devastante e la sua vita non fa altro che riempirsi di dolore, attesa, paura, di giorni tutti uguali e poche speranze.
Una malattia che trasforma le persone, le consuma, le mangia da dentro, piano piano.
E proprio come un palloncino che sta per scoppiare si sente Renata a tal punto da non riuscire più a tenere l'aria dentro.
Un documentario che altro non è che una riflessione sulla morte e sulla cronicizzazione, ovvero sull'incapacità dei pazienti di combattere contro l'attacco della malattia per attuare una resistenza passiva, cercando di ridurre quanto più il dolore e la sofferenza e arrendersi lentamente.

venerdì 28 giugno 2013

Adozioni: atto di generosità o egoismo privato?

La piccola Masho
Quando si parla di adozioni, spesso si pensa ad un atto di generosità nei confronti di quei bambini che non hanno un futuro e vivono in condizioni di povertà.
Ma, in realtà, in alcuni casi, l'adozione comporta conseguenze negative e spesso traumatiche per gli stessi bambini, strappati alle loro famiglie e ai loro genitori naturali.
Nel documentario dal titolo "Un amore imperfetto" di Kristine Riis Kjaer protagonista è una bimba etiope, Masho, adottata da una coppia danese.
I suoi genitori naturali in Etiopia avevano deciso di dare in adozione lei e il suo fratellino per la paura di morire: entrambi erano affetti dall'AIDS e per non lasciare da soli i loro figli hanno fatto questa scelta.
La forza di allontanarsi dai loro figli veniva soprattutto dalla legge che assicurava loro di restare in contatto con i loro figli dopo l'adozione e di ricevere delle relazioni in cui venivano a conoscenza delle condizioni di salute dei loro bambini.
I genitori di Masho avevano anche chiesto di ricevere sue notizie anche per telefono o con qualsiasi altro mezzo di comunicazione, anche una sola volta l'anno.
Ma tutte queste promesse e queste speranze si sono rivelate essere false.
I due genitori africani non hanno nemmeno potuto salutare per l'ultima volta i loro figli all'aeroporto perchè i genitori adottivi pensavano che ciò avesse scombussolato i due bambini.
E le cose sono andate sempre peggio: la piccola Masho, sin dai primi giorni in Danimarca, dimostra di essere arrabbiata, getta gli oggetti per terra, piange e chiede di vedere sua madre, la sua mamma, l'unica che sapeva come prenderla e come farla calmare, l'unica che sapeva volerle bene.
Crescendo, Masho diventa sempre più irrequieta, in lei c'è tanta rabbia e non riesce ad affezionarsi ai suoi nuovi genitori adottivi.
E così, proprio loro, si rendono conto di aver fallito, di non essere in grado di fare i genitori e aiutare la piccola Masho che, così, viene affidata a una casa famiglia.
Di tutto questo, naturalmente, i suoi genitori naturali non sanno nulla e continuano a vivere con il rimpianto di averla data in adozione e con la rabbia di esser stati raggirati dall'associazione che si è occupata dell'adozione.
Questo documentario ci fa tanto riflettere: ogni anno più di 20 mila bambini lasciano l'Etiopia e solo una piccola parte di loro è realmente orfana.
Vanno via dal loro Paese natale per essere adottati dal mondo ricco e bianco, così compassionevole e generoso, alla ricerca di un futuro che, spesso, diviene un fallimento e un trauma per tutta la vita.
E allora non resta che chiederci: "Può esistere un affetto così estremo da privarsi dei propri figli? e dall'altro lato, quello dei genitori generosi, dove finisce l'amore e iniziano gli egoismi privati?"

martedì 25 giugno 2013

Dal 27 Giugno ritorna DOC3

Per chi pensa che in estate non ci sia nulla di interessante in tv, deve sapere che dal prossimo giovedì inizierà uno dei programmi più intensi ed emozionanti di sempre.
Si tratta di DOC3, un programma che porta in tv 14 documentari internazionali che affrontano diversi drammi della vita e che concentra sempre la sua attenzione sui diritti umani.
La nuova stagione partirà giovedì 27 Giugno per concludersi il 26 Settembre.
Ogni puntata andrà in onda su Raitre alle ore 23e55 e sarà condotta da Alessandro Robecchi che farà una sintesi iniziale prima di lasciare spazio al documentario vero e proprio.
Ecco quali saranno i 14 titoli delle diverse puntate:
  • 27 Giugno: Un amore imperfetto dedicato alle adozioni;
  • 4 Luglio: Kome un palloncino dedicato alle malattie terminali;
  • 11 Luglio: Slow Food Story dedicato al fondatore di Slow Food;
  • 18 Luglio: Buffalo Girls dedicato a due bambine thailandesi campionesse di boxe;
  • 25 Luglio: Le bambine non vanno a scuola dedicato a Malala, candidata al Nobel per la pace;
  • 1 Agosto: Tina dedicato alla storia di Tina Anselmi;
  • 8 Agosto: Le ferie di Licu dedicato a un giovane innamorato del Bangladesh;
  • 15 Agosto: Zanta dedicato a una vedova del Tibet;
  • 22 Agosto: Ciò che mi nutre mi distrugge dedicato all'anoressia e alla bulimia;
  • 29 Agosto: White Black boy dedicato ad un albino della Tanzania;
  • 5 Settembre: Saving Face dedicato alle donne pakistane sfigurate con l'acido;
  • 12 Settembre: L'amore secondo Enea dedicato ad un giovane disabile che vuole scoprire l'amore;
  • 19 Settembre: La sinistra dov'è? dedicato alla politica e alle sue parole;
  • 26 Settembre: Cinque telecamere rotte dedicato a un piccolo villaggio palestinese.

venerdì 5 ottobre 2012

Il donatore di seme n°150

Alcuni dei figli del donatore 150
Oggi essere genitori può avere tanti significati e lo si può diventare in tanti modi: attraverso un rapporto con la persona amata, attraverso l'adozione, attraverso la fecondazione assistita e attraverso la donazione del seme o degli ovuli.
Nel mondo esistono tante banche del seme: un uomo può donare il suo seme per aiutare quelle coppie che non riescono ad avere figli o per i single o per le coppie omosessuali.
La storia che DOC3 ci ha raccontato nell'ultima puntata era intitolata Donatore 150: era la storia di una ragazza della Pennsylvania, JoEllen Marsh, che decide di trovare il suo padre biologico e lo fa servendosi del web e dei giornali.
Attraverso queste iniziative, riesce non solo a trovare e conoscere suo padre, ma rintraccia tutti i suoi fratellastri e sorellastre, giovani ragazzi a lei coetanei che vivono in diversi stati americani.
Ciò che l'ha portata a iniziare questa ricerca è stata l'idea di non concepire quell'uomo solo come un donatore, una sigla, un numero, ma come un vero uomo, con dei tratti, un viso, degli atteggiamenti che sono insiti in lei come nei suoi fratelli.
Il donatore 150
Tutto parte dalla lettura del profilo del donatore 150: 28 anni, caucasico, altezza 1.82, peso 77 kg, occhi azzurri, capelli castano chiaro, atleta professionista, ballerino, felice e spensierato e con un temperamento artistico.
Dopo varie ricerche, telefonate ed e-mail, JoEllen lo incontra a Venice Beach, in California.
Quello che gli appare di fronte è un uomo alto, con i capelli lunghi e con gli occhi azzurri, che vive in un camper insieme a due cani e a un piccione, una vita fuori dal normale, ma che gli regala sempre un sorriso.
Una storia emozionante e che ci fa riflettere, ancora una volta, sul concetto di famiglia e dei ruoli familiari e di come questi si stiano modificando con il passare del tempo, stravolgendo così la concezione classica della religione.

lunedì 24 settembre 2012

I figli delle coppie omosessuali

Che cosa intendete con il termine famiglia?
Solo quella formata da madre e padre o anche padre e padre o madre e madre?
Nella società di oggi stanno nascendo sempre più famiglie che escono fuori dalla concezione tradizionale e cristiana di "famiglia"e che, spesso, sono viste in modo negativo dagli altri.
Oggi, però, piano piano gli omosessuali stanno ottenendo sempre più diritti, ma c'è una cosa che ancora è molto lontana e difficile da accettare: coppie omosessuali che hanno dei figli.
Il documentario di DOC3 dell'altra sera ha affrontato l'argomento, presentandoci la storia di due uomini, Marco e Gianpiero, con una gran voglia di avere dei figli e che, per questo motivo, si sono dovuti affidare a due donne americane.
La prima, Amanda, è stata soprannominata "la mamma uovo": lei ha donato i suoi ovuli che, successivamente, sono stati impiantati in un'altra donna, Cinzia, "la mamma pancia", che li ha cresciuti dentro di sè per 9 mesi, dando loro il giusto nutrimento.
Questo amore profondo tra Marco e Gianpiero ha dato la vita a due bellissimi bimbi che si sono trovati ad avere due padri, due madri e una marea di zii e amici, di ogni età e nazionalità.
Una famiglia allargata, internazionale, arcobaleno, nella quale non manca la componente femminile (basti pensare alle due mamme) e soprattutto non manca l'amore, pilastro fondamentale per la crescita di due bambini.
In Italia, oggi, ci sono circa 100 mila bambini di coppie omosessuali, anche se il riconoscimento dei loro diritti è ancora lontano e questo, credo, sia un po' per colpa della forte presenza della Chiesa nel nostro Paese.
Immagino che sia difficile accettare una famiglia di questo tipo perchè siamo stati abituati a vedere famiglie formate da una donna e un uomo; ma, quante volte abbiamo assistito a padri e madri che, da perfetti egoisti, hanno abbandonato i loro figli, venendo meno alle loro responsabilità?
L'essere una famiglia eterosessuale o omosessuale non ci assicura che i figli siano cresciuti in modo più o meno adeguato, con la giusta attenzione ed educazione.
Ciò che importa, sopra ogni cosa, in una qualsiasi famiglia è che ci sia l'amore: tutto il resto non conta.

venerdì 21 settembre 2012

Perchè andare al centro commerciale?

Nell'era del consumismo, sono tanti i centri commerciali che sorgono in molte città italiane.
Sempre più grandi, con più servizi e attrazioni, diventano dei veri punti di incontro e di riferimento per l'intera popolazione, un po' come un tempo lo erano le piazze delle città.
In effetti, lo schema di questi centri ricorda un po' quello delle città e delle vie principali: prevede una serie di negozi, di vie, di angoli, di ristoranti, ascensori, scale mobili e di una piazza centrale.
Ma vi siete mai chiesti cosa significano questi luoghi?
Perchè ci si reca lì?
Cosa ci fanno tutte quelle persone lì?
Sono queste le domande che il documentario di DOC3 ha fatto ai frequentatori di un centro commerciale di Roma.
Il risultato?
A dir poco preoccupante.
Molti degli intervistati hanno fornito le risposte più imbarazzanti: c'è chi preferisce stare lì piuttosto che al parco o al mare perchè si ha tutto a portata di mano, chi ci va per fare shopping "perchè lo fanno tutti" e per provare soddisfazione nell'acquistare, chi ci va per alleviare lo stress e non pensare ai problemi.
Diverse motivazioni, ma in tutte c'è una carenza di valori, di sentimenti, di emozioni.
Sentir uomini e donne, anche giovani, che alla domanda: "Cosa ti rende felice?" rispondono "comprare i vestiti, avere un sacco di soldi, una bella auto" non è di certo positivo e confortante per il futuro.
Un luogo dove regna la confusione e in cui spesso ci si confonde.
E allora sarà vera la frase di chiusura di Edouard Glissant:
"E' il centro che domina e sono le periferie a essere dominate"?

sabato 15 settembre 2012

La dolce morte dell'eutanasia

L'altra sera DOC3 ha affrontato, attraverso uno dei suoi documentari, un argomento difficile: quello dell'eutanasia (per rivedere il documentario cliccate qui).
A differenza di altri articoli, servizi, speciali, questo documentario ha semplicemente raccontato la storia di un uomo e della sua scelta di porre fine alla sua vita.
Lui è Craig Ewert, 59 anni, americano, malato di SLA, la sclerosi laterale amiotrofica.
Sposato da 37 anni con Mary, è stato insegnante di Scienze informatiche: amante dei viaggi e della vita, fin quando però la malattia lo ha portato su una sedie a rotelle e a pensare al suicidio come l'ultimo gesto per scrivere la parola "fine" ad una vita che non ha più motivo di essere vissuta.
L'uomo si rivolge ad una clinica in Svizzera, la Dignitas, che, legalmente, permette, a chi ne fa richiesta, di suicidarsi.
Il dottore della clinica, soprannominato Dottor Morte, è in realtà un avvocato che, fino ad oggi, ha accettato 700 richieste di suicidio da tutto il mondo.
Il dottor giustifica il suicidio, in modo particolare quando serve per uscire da una situazione insostenibile, come può essere quella di un malato terminale, ma lo rifiuta quando a voler morire sono persone sane, come nel caso di una anziana donna che, non sopportando l'idea di vivere senza il marito, voleva farla finita.
Il documentario è emozionante, a tratti forte e doloroso, ma fa riflettere: un uomo, ancora capace di intendere e volere, che prende una decisione così difficile e che non avrebbe preso se avesse avuto delle alternative, che decide di dire addio per sempre a sua moglie e ai suoi figli perchè si vede ormai "come un guscio vuoto" e chiede di ascoltare il primo movimento della nona sinfonia di Beethoven nei minuti che precedono la morte.
Emozionanti le sue parole, eccone alcune:
"...suicidarsi è sbagliato,Dio ha proibito il suicidio e nessuno può sostituirsi a Dio e toglierti la vita, ma il respiratore si è già sostituito a Dio, le apparecchiature tecnologiche lo hanno già fatto altrimenti sarei già morto..."
"... un cristiano non direbbe mai: dobbiamo fermare i trapianti di organi, dobbiamo smettere di salvare i prematuri, dobbiamo farli morire. Solo quando si può alleviare la sofferenza non possiamo sostituirci a Dio..."
E alla fine ci lascia comunque un messaggio di speranza, dicendo: 
"Nessuno sarà del tutto scomparso finchè anche una sola persona ricorderà il suo nome"

giovedì 30 agosto 2012

La diga di Farakka che cambia il Gange

Il documentario di ieri di DOC3 ha portato all'attenzione di tutti un problema di cui poco si parla nel mondo: la diga di Farakka.
La diga fu completata nel 1970: inizialmente fu considerata come un'opera innocente da parte dell'India, costruita con lo scopo di salvare il porto di Calcutta dall'insabbiamento.
Ma a distanza di anni diversi Paesi, tra cui il confinante Bangladesh, si sono resi conto di come questa diga, considerata il nuovo tempio dell'India contemporanea, abbia cambiato l'intera geografia della zona.
Il documentario, intitolato "Char, l'isola che scompare" racconta ciò che è successo in Bangladesh e lo fa attraverso la storia di un ragazzino, Rubel, che per sopravvivere è costretto a contrabbandare il riso tra il Bangladesh e l'India, rischiando anche la morte.
La diga di Farakka (indicata dalla lettera A nella foto) ha cambiato il corso del fiume Gange, creando fragili isole tra le acque.
Una di queste è Char (nel cerchietto rosso nella foto in alto), duramente colpita dalla scarsità dell'acqua che, nel corso degli anni, ha causato grandi perdite nel settore agricolo, nella pesca, nella silvicoltura, nell'industria, nella navigazione.
Non solo.
La scarsità dell'acqua ha portato anche a danni mortali a causa di inondazioni, siccità, salinità eccessiva.
Queste fragili isole che nascono dal Gange sono costrette ad avere breve vita: quando l'acqua del fiume si ritira, inizia l'erosione delle coste e piano piano lì dove prima c'era un'isola, un villaggio, una casa, ora c'è solo acqua.
Come in una sorta di gara tra terra e acqua, le piccole isole sorgono e scompaiono, portando con sè anche tanti morti e costringendo la gente a spostarsi continuamente e a "smontare" la propria casa, mattone dopo mattone, per ricostruirla in un altro posto.
La sfortuna del Bangladesh sta nell'occupare la parte finale del bacino idrografico del Gange, controllato a monte dall'India.
Nonostante il trattato internazionale del 1966 con il quale l'India si impegnava a dare metà dell'acqua al Bangladesh, le cose oggi non sono cambiate.
E' più importante il profitto legato alla produzione di energia e alla gestione dell'acqua oppure le persone, i popoli e la loro esistenza?

mercoledì 29 agosto 2012

Le baby-modelle: colpa dei genitori?

Spesso mi sono trovata a scrivere di pubblicità e spot che avevano come protagoniste delle bambine, in pose piuttosto ambigue e seducenti, truccate come donne.
Prima è stata la volta di un'azienda francese, la Jours Apres Lunes, poi di una olandese, la Boobs & Bloomers, che per promuovere una linea di intimo per bambine con push-up  ha usato delle bambine in pose ammiccanti e fuori luogo.
L'altra sera DOC3, il programma documentario che va in onda il mercoledì su Raitre, ha affrontato quest'argomento così scottante: il titolo del documentario era "Divine" (potete vederlo qui), un viaggio all'interno del mondo della moda dei bambini, con i suoi drammi e i suoi successi.
Attraverso le storie di tre bambine italiane ci ha mostrato un po' tutto quello che c'è dietro una semplice sfilata di moda, come il Pitti bimbo a Firenze, e come sia il rapporto tra queste bambine-modelle e i loro genitori.

Emily ha 10 anni, figlia di un italiano e di una venezuelana.
E' una bambina di colore che si ritrova a fare casting per realizzare il sogno di sua madre che non era riuscita a diventare un'attrice.
I sogni di questa bambina sono quelli di una donna, come quello di avere una limousine, un camerino, essere sempre sui tacchi, essere fotografata e apparire su tutti i giornali.
Solo il padre è contrario a questa strada perchè teme che la figlia possa mettere da parte cose più importanti come la scuola e inoltre, si rende conto che Emily non lo fa perchè le piace, ma solo per avere una maggiore considerazione dai suoi compagni di scuola che, invece, la deridono per il colore della sua pelle o per il suo apparecchio ai denti.

Lucrezia ha 10 anni: suo padre è stato un carabiniere, caduto a Nassiriya nel 2003.
Da allora non ha più visto sua madre felice.
E' quella più determinata e con alle spalle 4 Pitti.
Bella e spontanea, è in grado di prendere quest'esperienza come un gioco, senza farsi schiacciare dalla pressione o dall'emozione.
Per lei le sfilate sono un modo per conoscere altre bambine come lei.
Vuole essere considerata una bambina perchè sa che nel giorno in cui verrà chiamata "ragazza" le responsabilità saranno molte di più.

Rebecca ha anche lei 10 anni.
Delle tre è quella meno convinta e quella forse più assillata dai genitori.
Il padre poliziotto, la madre commessa: le frasi della bambina risultano davvero assurde da sentire.
Frasi come "faccio le sfilate e quindi sono un po' più avanti rispetto ai miei compagni" lasciano pensare.
I genitori le mettono pressione, la criticano pesantemente dopo ogni casting, dicendole che deve essere più spontanea, parlare di più.
Una sorta di lavaggio di cervello o di modellamento della personalità della figlia, senza tener conto e senza ascoltare i reali desideri di Rebecca.
Infatti, lei è l'unica delle tre a non esser stata chiamata al Pitti e questo scatena nei genitori una delusione che si  trasforma in critiche aperte nei confronti di altri genitori e bambine, di possibili raccomandazioni e conoscenze che aprono le porte della moda.

Un documentario che, sinceramente, mi ha lasciata senza parole.
Non sono una mamma, ma ascoltare certi discorsi e assistere a certi comportamenti di genitori mi lascia davvero stupita.
Un figlio deve essere educato nel modo migliore, bisogna lasciarlo libero di esprimere le proprie potenzialità e i propri interessi, senza forzarlo e senza mettergli troppa pressione e soprattutto senza trasferire ai figli i sogni irrealizzati della nostra gioventù.
Il rischio che si corre è quello di avere dei bambini che non vivono a pieno la loro infanzia: come dice un detto famoso "Dare tempo al tempo", perciò non saltate nessuna delle età possibili da vivere.
Ognuna di esse è in grado di insegnarci qualcosa che poi ci servirà per il resto della vita.

domenica 19 agosto 2012

I figli della strada: un cartone per culla

La nascita di un bambino è un evento che mi fa sempre emozionare tanto: vita che dà altra vita, un essere umano che cresce nel corpo di una donna ed è frutto dell'amore.
Ma purtroppo non tutti i bambini che vengono al mondo sono fortunati.
L'altra sera, il programma DOC3 ha dedicato una puntata ai figli della strada, quei bimbi che hanno come culla una scatola di cartone, che vivono e dormono per strada, nei parchi o in grotte, in mezzo alla povertà e alla miseria più assoluta.
Quella raccontata da questo documentario è la storia di Sujelin, una giovane donna del Nicaragua, fuggita dalla sua famiglia perchè violentata dallo zio di sua madre all'età di 10 anni.
E così il suo destino la costringe a vivere per strada dove conosce Juan Carlos, un giovane tossico che l'avvicina alla droga e la mette incinta.
Dopo 9 mesi nasce Carlas, una bimba meravigliosa, ma sfortunata: la madre cerca così di abbandonare quella vita maledetta per regalare un futuro alla sua bambina.
Purtroppo tutto è più difficile del previsto: il padre di sua figlia abbandona entrambe per ritornare a dedicarsi ad una vita fatta di droga, alcol e donne.
Per fortuna, nella vita di Sujelin e Carlas appare Felix, un giovane a modo che si prende cura di entrambe, regalandole così una vita dignitosa.
Un documentario che ci fa conoscere una realtà così distante da noi, così triste, ma che ci apre gli occhi e ci fa   capire quanto siamo fortunati ad avere ciò che abbiamo, anche se a volte ci sembra poco.

mercoledì 8 agosto 2012

I manicomi dell'Egitto

Ogni società è formata da persone, buone e cattive, e il più delle volte tiene per sè quelle buone per "escludere" quelle cattive.
E per farlo ci sono i manicomi: oggi, in Italia, li chiamiamo ospedali psichiatrici giudiziari e lì vivono tutti i considerati "pazzi" e chi ha commesso dei reati, più o meno gravi.
I primi ospedali psichiatrici del mondo furono costruiti in Oriente e in Egitto e i primi scritti a trattare la malattia mentale sono stati degli scritti arabi del IX e del X secolo.
In Egitto, i manicomi curano i "matti" con una cura che ha un solo nome, la prigionia.
Il potere non sa dove metterli, la religione li trova ingombranti e così per queste persone, molte delle quali non hanno nulla, non resta che vivere una vita di prigionia, pillole e violenza.
Nel documentario dell'altra sera di DOC3, protagonisti erano uomini e donne, giovani e anziani, rinchiusi anche da anni nel manicomio di Abbassya.
La maggior parte di essi si trova lì per colpa dell'ignoranza: purtroppo in Egitto, così come in tanti altri paesi, la gente si fa influenzare da credenze popolari e religiose e rinchiude in manicomi i propri figli per vari motivi.
C'è un ragazzo, considerato indemoniato, solo perchè si rifiuta di leggere il Corano; una donna rimasta vedova rinchiusa dal fratello solo perchè si è rifiutata di risposarsi; un'altra donna, maltrattata dal marito e considerata posseduta; un giovane, considerato da suo padre schizofrenico e rinchiuso perchè lo rendeva ridicolo agli occhi di tutto il quartiere.
Tutte storie diverse, ma che sono legate dal filo dell'ignoranza che decide della tua vita, spesso con scelte sbagliate e dettate dal timore del giudizio degli altri.
Anche chi non è matto, in quel posto finisce per diventarlo, sotto la pressione dei medici, il numero eccessivo di medicine e la violenza e gli abusi.
Una realtà difficile da credere, la realtà di chi viene emarginato dalla società per finire nei manicomi che non sono altro che la discarica dei diversi.

giovedì 2 agosto 2012

I Lovebirds dell'India

In India, ad Agra, c'è una delle sette meraviglie del mondo, simbolo dell'amore di un imperatore verso sua moglie.
Ma amare ed essere innamorati oggi in India non è così semplice perchè, nonostante ci sia stata l'abolizione legale delle caste, le antiche tradizioni del villaggio sopravvivono e c'è ancora chi non accetta i matrimoni tra giovani appartenenti a diverse caste, così come non sono ammessi i matrimoni tra giovani di diversa fede e posizione sociale.
In una parola: è la società a decidere chi puoi e chi non puoi amare.
E così, in un Paese come l'India che si sta sviluppando economicamente e tecnologicamente, ci sono tantissimi moderni "Romeo e Giulietta" che, per amore, fuggono dalle loro famiglie, spesso in Paesi confinanti come il Nepal, alla ricerca di tranquillità.
Ma chi non ha il coraggio di andar via, viene perseguitato: molte giovani donne vengono "sequestrate" dalle loro madri, costrette a restare sempre chiuse in casa, pur di non far loro incontrare l'amato; altre vengono picchiate e costrette a sopprimere i loro sentimenti; c'è chi, addirittura, muore per amore, ucciso dai parenti della sposa o dello sposo.
Si contano più di 1000 omicidi d'onore, così vengono chiamati gli omicidi di chi ama una persona di una casta diversa.
Ma, per fortuna, c'è chi aiuta questi giovani, fornendo loro non solo un rifugio, ma anche un supporto economico e legale: i Love commandos, così sono chiamati coloro che sostengono i "lovebirds" (piccioncini), raccogliendo tutta la documentazione utile per vedere riconosciuto il proprio amore ed essere così protetti da tutto il male che sta intorno.
Alcuni resistono, altri si arrendono, arrivando addirittura a considerare l'amore un crimine molto grave e sperando così in una morte vicina che metta fine a tutte le loro sofferenze.
Ma amare non è un peccato, anzi è un pregio: se tutti imparassimo ad amare forse sarebbe tutto più semplice.
In chiusura, mi permetto di scrivere una considerazione di un Love commando, pronunciata nel documentario di DOC3: 
"Non esistono diverse culture, ma una sola cultura: quella dell'amore, di amare ed essere amati".

mercoledì 18 luglio 2012

Il Venezuela di Hugo Chavez

Dopo la Siria e l'Iran, l'altra sera il programma DOC3 ha presentato un'altra situazione critica, quella del Venezuela e del suo Presidente, Hugo Chavez.
Da ben 14 anni quest'uomo è al potere, guidando il Venezuela lungo un percorso che va sotto il nome di Rivoluzione Bolivariana.
Ma la figura di Chavez è alquanto ambigua: per molti è un simbolo di speranza, un leader delle masse popolari, messaggero di Dio, un presidente compagno che attraverso questa riforma ha redistribuito il reddito a favore dei più poveri e ha salvato il Venezuela dalle mani dei capitalisti americani, interessati a questo Paese solo per la sua ricchezza petrolifera.
Il Paese, infatti, siede su un mare di petrolio, ma nonostante questo è estremamente povero.
Il popolo vede Chavez come un Dio, colui che ha migliorato l'istruzione e il sistema sanitario, nazionalizzando le materie prime e basando l'economia sul lavoro cooperativo.
Ma in molti, in primis gli Stati Uniti, lo considerano un dittatore: dal giorno della sua elezione, nell'ormai lontano 2007, Chavez ogni domenica parla in diretta tv per 6/7 ore, in un programma in cui illustra i passi in avanti fatti dal governo, in una sorta di lavaggio dei cervelli.
Molti lo accusano di usare la demagogia per fare ciò che vuole e per racchiudere nelle sue mani tutto il potere possibile: la sua politica nazionalista non ha fatto altro che impoverire il Paese, determinando così l'allontanamento dei capitali stranieri dal Venezuela e una sorta di isolamento internazionale.
E in effetti, la realtà è un'altra: gli stessi Italiani, emigrati in Venezuela negli anni passati, affermano che le città sono più povere di prima e in condizioni di povertà e analfabetismo non può che svilupparsi la violenza.
Molti abitanti venezuelani (e soprattutto molti giovani) sono in possesso di armi e ciò scatena numerosi casi di omicidio tant'è che tanti ospedali del Paese non riescono a far fronte, con i mezzi a loro disposizione, al numero eccessivo e crescente di ricoveri, rischiando così il collasso.
Il futuro e la salvezza del Venezuela, come in ogni Paese, sta nei giovani universitari che vogliono un Paese democratico nel quale ci sia libertà di espressione: ma l'obiettivo è difficile da raggiungere, soprattutto dopo la chiusura del più antico canale della tv venezuelana, RCTV, chiuso dallo stesso Chavez che ad oggi controlla 10 dei 12 canali del Paese.
Ad Ottobre i cittadini venezuelani torneranno a votare: come andrà a finire? Ho apprezzato questo documentario perchè ci mostra entrambe le parti del popolo, sia quella di chi ama Chavez, sia quella che invece vorrebbe liberarsene, lasciandoci così liberi di valutare e capire dove sia la verità.

lunedì 9 luglio 2012

La primavera araba dell' Iran

In questi ultimi anni in molti Paesi arabi si parla di Primavera araba: in un altro post ho parlato della Siria e della strage di bambini che sta caratterizzando questa rivolta, finalizzata a spodestare Assad, il dittatore che governa questo Paese.
Tanti sono i punti in comune con quello che sta accadendo in Iran: uno fra tutti è sicuramente l'utilizzo delle armi leggere, cioè telefonini, blog, Internet e Youtube, per documentare la situazione e farla conoscere al mondo intero, visto che l'Iran ha mandato via tutti i media occidentali.
Tutto ha inizio nel 2009 quando Ahmadinejad è stato rieletto presidente: si è trattato, però, di una farsa in quanto pare che ci siano stati dei brogli elettorali.
Questa è stata la scintilla che ha dato il via a tutte le proteste da parte di molti giovani iraniani, baluardo delle opposizioni, e a cui il regime vieta il diritto di laurearsi e di concludere i propri studi universitari: sognavano la democrazia e la libertà e si sono visti costretti a lottare contro i guardiani e l'esercito che controlla la società iraniana, dalle università alle donne che passeggiano per strada.
Un Paese che vive nella paura, che parla due lingue: una libera, parlata tra tutti i manifestanti, e una finta, parlata in pubblico.
Le donne sono relegate nel fondo della società, considerate dai loro stessi uomini come uno strumento, un oggetto, senza anima e senza pensiero.
Ma in realtà non è così: tante sono le donne che combattono in silenzio, tante sono le madri costrette a piangere i loro figli in cimiteri lontani dalla capitale perchè non li è permesso parlare del loro dolore.
E simbolo di questa lotta della popolazione e della violenza di questo regime dittatoriale sono i tanti martiri, caduti durante le manifestazioni: tra tutti, il volto della violenza di questa primavera iraniana è, senza dubbio, Neda, una giovane studentessa, uccisa per strada e la cui morte è stata ripresa da uno dei tanti manifestanti (il video è su Youtube ed è stato trasmesso dalle più importanti reti mondiali, come la Cnn).
Un altro aspetto terrificante di questa lotta contro il regime è un carcere segreto, quello di Kahrizak, a sud di Teheran, diventato il simbolo delle torture e della violenza estrema.
Una zona senza legge della quale si sa tanto grazie ad un giovane sopravvissuto a quel massacro: si tratta di un blogger e un attivista che fu arrestato e rinchiuso in quella prigione.
Lì gli è stato negato ogni diritto umano: è stato torturato, vittima di shock elettrici, ha subito il dolore delle sigarette spente sul corpo ed è stato stuprato con un manganello da una delle guardie.
L'uomo, che ha chiesto asilo politico alla Francia, descrive quel posto non come una prigione, ma come una macelleria in merito all'eccessiva quantità di sangue presente su quei pavimenti e alla brutalità degli episodi vissuti in quel posto.
Purtroppo ancora oggi la lotta continua e si spera che, un giorno, l'immenso numero di martiri sia servito a riportare la libertà e la democrazia in Iran.

lunedì 2 luglio 2012

La Siria e la strage degli innocenti

La primavera araba è iniziata meno di due anni fa e in questo arco di tempo le numerose proteste e rivolte hanno portato a notevoli cambiamenti in molte nazioni appartenenti al mondo arabo.
In Libia, Tunisia, Egitto i dittatori come Mubarak, Gheddafi e Ben Ali sono stati mandati via dal popolo, stanco di subire ogni forma di ingiustizia, oltre a non tollerare più la corruzione, l'assenza di libertà individuali, la violazione dei diritti umani.
Sulla scia di queste proteste, anche la Siria ha reagito per mandar via Bashar al-Assad, ma la crudeltà e la brutalità di questa rivoluzione non ha eguali.
Pare che fino ad ora siano 14000 i morti, 1200 solo bambini: in effetti, la brutalità di questo scontro sta nella violenza contro i bambini che, spesso, vengono usati come scudi umani.
I tg e gli altri mezzi di informazione dovrebbero mostrarci la realtà, ma spesso questa viene celata e ciò che ci raccontano è semplicemente ciò che vogliono raccontarci.
E così l'altra sera grazie al programma Doc3 sono venuta a conoscenza di alcuni dettagli sulla vicenda: è stato un documentario crudo che ha mostrato immagini molto forti, ma d'altronde quella è la realtà, fatta di violenza, uccisioni, torture, morti e sangue.
Il documentario, intitolato "Siria, ai confine del regime" ha mostrato come molti giovani siriani abbiano cercato di mostrare la verità al mondo intero, usando le armi piccole e leggere, ovvero i telefonini, Internet e i social network, rischiando così la morte.
Molti di questi video sono stati pubblicati direttamente su Youtube, in modo che tutto il mondo sappia cosa sta accadendo in quel Paese e che quelle immagini e quelle riprese siano dei documenti e delle prove per eliminare la dittatura.
Tutto è iniziato con un gruppo di giovani che ha scritto su un muro che il regime di Assad doveva cadere.
Dopo esser stati individuati, i ragazzi sono stati picchiati, torturati, addirittura hanno strappato loro le unghia.
Da questo tremendo episodio la rivolta si è estesa in tutta la Siria: tutti con un solo desiderio, quello di mettere fine a questo regime, un regime di oppressione che dura da 40 anni e che ha ucciso chi filmava le proteste, che ha avvelenato il latte e l'acqua, uccidendo migliaia di donne e bambini.
Come in ogni guerra, l'esercito e i suoi soldati vengono programmati per uccidere: molti soldati siriani, però, hanno disertato perchè non riuscivano ad accettare tanta violenza e loro stessi hanno affermato che ciò che raccontano ai soldatini di piombo sono tutte bugie.
Fanno credere loro che le donne e i bambini sono tutti imbottiti di esplosivo, pronti per farsi esplodere, e che per queste ragioni vanno uccisi.
Insomma, uccidono senza sapere e senza chiedersi se sia davvero quella la verità, si nutrono di menzogne e pensano di essere i giustizieri del mondo solo perchè posseggono un'arma, si prendono gioco degli ostaggi, li torturano, li schiacciano sotto i loro piedi, li prendono a calci, a pugni con un sorriso di stupidità.
Ma, per fortuna, c'è chi ha capito di non essere dal lato giusto e ha lasciato l'esercito per crearne un altro, l'esercito libero, al fianco del popolo e degli oltre 20mila rifugiati siriani in Turchia.
Come andrà a finire?
Si spera solo che la fine di tutto questo terrore sia vicina e che non produca ancora tante vittime innocenti.
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